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TAP

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L'inchiesta

Guerra diplomatica tra potenze mondiali. Interessi contrapposti di colossi energetici. Geopolitica e affari. Promesse elettorali e proteste della popolazione. Nei 15 anni trascorsi dalla sua ideazione, il Trans Adriatic Pipeline (TAP) – il gasdotto che, attraversando Grecia e Albania servirà per portare in Italia il gas dei giacimenti dell’Azerbaijan – è stato spesso al centro della politica mondiale ed europea, da Berna a Bruxelles, da Teheran a Baku, da Mosca a Washington.

Eppure, nel 2003 e negli anni a seguire, l’obiettivo del progetto era uno solo: garantire le forniture di gas ad alcune centrali elettriche che l’azienda svizzera EGL (oggi AXPO) stava costruendo in Italia. Offrire alla Svizzera nuove possibilità di approvvigionamento energetico. La storia di TAP, infatti inizia lì dove il consorzio ha sede ancora oggi: nella tranquilla cittadina di Baar.
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Il progetto

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Il gas iraniano

Nel 2006 iniziano le trattative con l’Iran. Il 17 marzo del 2008 la consigliera federale Micheline Calmy-Rey è a Teheran, dove viene firmato un contratto tra EGL e la compagnia di stato iraniana NIGEC per la fornitura di 5,5 miliardi di metri cubi di gas all’anno. L’accordo salta anche in seguito alle pressioni degli Stati Uniti.

La sede

TAP nasce formalmente il 19 marzo del 2007 a Zugo, e tre mesi dopo sposta la propria sede legale a Baar. Già nel 2003 i primi incontri che portano alla nascita del gasdotto voluto da EGL (oggi AXPO) si tengono proprio in un birrificio di Baar.

Il Consiglio federale

Berna sostiene fin dall’inizio il progetto, definito “parte integrante della strategia di politica estera della Svizzera in materia energetica” e in linea con gli interessi economici della Confederazione. Il Consiglio federale ha promosso TAP sia in Iran, sia in Azerbaijan.

L’Unione Europea

Inizialmente Bruxelles guarda con scetticismo a TAP, visto anche che i soci, la svizzera EGL e la norvegese NIGEC, non hanno sede nell’Unione Europea. Il 28 giugno del 2013 l’allora presidente della Commissione Europea Barroso definisce la decisione dell’Azerbaijan di affidarsi a TAP “un successo per l’Europa”.

Le centrali elettriche

All’inizio degli anni 2000, EGL decide di costruire delle centrali a gas sul territorio italiano per produrre elettricità. Ne vengono realizzate tre: una a Sparanise (Campania), una a Rizziconi (Calabria) e una a Ferrara (Emilia). Le centrali oggi sono del tutto o in parte controllate da Axpo.

Punto di approdo e proteste

La spiaggia di San Foca, nel territorio di Melendugno, è il punto di arrivo del gasdotto. Un gruppo di cittadini contrari ha dato vita al comitato No TAP, che da anni denuncia l’impatto negativo che l’opera avrebbe sul turismo e sull’ambiente (il progetto prevede, tra le altre cose, l’espianto di oltre 2’000 ulivi).

Punto di approdo e proteste

La spiaggia di San Foca, nel territorio di Melendugno, è il punto di arrivo del gasdotto. Un gruppo di cittadini contrari ha dato vita al comitato No TAP, che da anni denuncia l’impatto negativo che l’opera avrebbe sul turismo e sull’ambiente (il progetto prevede, tra le altre cose, l’espianto di oltre 2’000 ulivi).

I giacimenti azeri

L’Azerbaijan è il paese che fornirà il gas per il Trans Adriatic Pipeline: il giacimento Shah Deniz - gestito da un consorzio di società, tra cui l’azera SOCAR - dovrebbe fornire 10 miliardi di metri cubi l’anno. L’ex repubblica sovietica ha firmato nel 2007 un memorandum per l’energia con la Svizzera.

Il tracciato ellenico

TAP attraversa tutta la Grecia da est a ovest per 550 chilometri. Durante i lavori, inaugurati nel 2016 dal primo ministro Alexis Tsipras, ci sono state proteste e contestazioni da parte di alcune comunità locali. È il caso di Kavala, dove alcuni contadini si sono opposti all’esproprio dei terreni.

Le speranze di Tirana

Il Governo dà pieno sostegno a TAP, sperando che i 215 chilometri di gasdotto possano rilanciare l’economia. In Albania non si segnalano proteste, ma alcuni agricoltori lamentano di aver ricevuto rimborsi troppo bassi. Il sindaco di Korçë (Coriza) vorrebbe utilizzare parte del gas per la sua città.

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Le origini

Hugo Rothenbühler ha assolutamente bisogno di qualcuno che conosca il settore del gas. È il 2003, Il mercato italiano dell'elettricità, fresco delle liberalizzazioni dei primi anni 2000, promette buoni guadagni e l'azienda energetica per cui lavora, la svizzera EGL (Elektrizitäts Gesellschaft Laufenburg), punta a rompere il monopolio dell’ENI, producendo elettricità direttamente in Italia con 5-6 centrali alimentate a gas. Una è già in costruzione.
  
Rothenbühler ha fretta, sa di non essere "uomo di gas", ma ha in mente la persona giusta. Un giovane con esperienze in Wingas, Wintershall e Gazprom, incontrato tempo prima e che lo aveva colpito: Joachim Conrad. Il dirigente di EGL ingaggia un cacciatore di teste con l’incarico di rintracciarlo e di chiedergli di lavorare per lui, di trovare il gas per le centrali.

Conrad è indeciso. EGL è una compagnia piccola e lui sa bene che per un progetto di quella portata c’è bisogno di un grosso capitale. Oppure di idee “così interessanti” da attirare l’attenzione dei grandi player. Alla fine il giovane manager accetta l’incarico, chiama alcuni ex colleghi e si mette al lavoro. La priorità è rispondere alla domanda: "dove prendiamo il gas?".

I gasdotti esistenti vengono scartati, sono controllati dai colossi del settore e non ci sarebbe modo di strappare prezzi competitivi. Bisogna esplorare nuove strade: “Quando abbiamo iniziato, abbiamo fatto quattro cerchi sulla cartina: uno sulla Russia, uno sull’Iran, uno sull’Azerbaijan e uno sull’Algeria”, racconta un altro ex manager. I primi schizzi sono buttati giù sulle tovagliette e sui sottobicchieri del birrificio di Baar, nel canton Zugo, durante alcune cene.


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L'idea della Trans Adriatic Pipeline (TAP) comincia a prendere forma: un nuovo gasdotto che colleghi il sud Europa a una delle regioni più ricche di gas al mondo. Loro lo chiamano “il collegamento mancante".

Un progetto del genere, che si scontra con gli interessi di altri paesi, senza il sostegno della politica è morto in partenza. Conrad lo sa bene, e sviluppa una strategia per mettere in luce i possibili benefici per Berna: il gas potrebbe arrivare in Svizzera attraverso il reverse flow, le stesse centrali in Italia potrebbero garantire elettricità alla Confederazione, in caso di bisogno.

I lavori preparatori durano meno di un anno. Da questo momento, interessi economici e strategie politiche si intrecciano in maniera indissolubile. Inizia quella che un ex manager definisce “una partita a scacchi per adulti”. L’idea di EGL è quella di costruire un gasdotto in grado di trasportare fino a 20 miliardi di metri cubi di gas l’anno verso l’Italia. Di questi, l'azienda vuole assicurarsene 5 - 6 miliardi: 3 servono per il solo funzionamento centrali in Italia, gli altri possono essere venduti, eventualmente anche in Svizzera.




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L'ideatore di TAP, Joachim Conrad, racconta come è nato il progetto

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I potenziali benefici per la Svizzera permettono al progetto di ottenere, da una parte, il sostegno della Confederazione, che considera TAP strategico per la propria sicurezza energetica, e dall’altra di attirare l’attenzione di altri investitori. Il gas, nella prima fase, deve provenire dal secondo produttore al mondo: l’Iran. Ma nello stesso tempo, gli uomini di EGL iniziano a intessere relazioni anche con l’Azerbaijan. Socar, la compagnia nazionale azera, “ha sempre avuto un orecchio teso verso TAP” – riferisce una fonte – sebbene avesse partecipazioni in Nabucco, il gasdotto concorrente.

Nel 2008, la norvegese Statoil entra in società con EGL e, poco dopo, Conrad lascia l'azienda. Molti dei suoi collaboratori, invece, restano. EGL, che nel frattempo è stata assorbita completamente da Axpo, nel 2013 vende gran parte delle sue quote. Intanto, TAP è diventato un progetto di rilevanza europea. E come tale, non poteva non attirare anche l’attenzione di Russia e Stati Uniti. Lo scacchiere è completo.
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Il ruolo della Russia

L'ombra di Mosca cade su TAP già dalle prime trattative, nella seconda metà degli anni 2000. "Non voglio vedere gas russo lì dentro", è il monito di un commissario europeo nei ricordi di un dirigente del consorzio svizzero. La crisi tra Russia e Ucraina del 2006 ha lasciato il segno, la chiusura dei rubinetti della compagnia di stato Gazprom, per una disputa con Kiev sul prezzo del gas, aveva provocato un preoccupante calo nelle forniture europee. Bruxelles vuole diversificare e rendersi meno dipendente dal suo principale fornitore. TAP, però, non è favorevole all'esclusione di Gazprom. Il gasdotto è pensato per trasportare fino a 20 miliardi di metri cubi l'anno, l'Azerbaijan avrebbe potuto garantirne al massimo la metà. Il consorzio conta di acquistare il resto del gas in Iran, e in seguito persino in Russia. 

La strategia è di lungo termine, e Joachim Conrad è convinto che ciò che al momento appare politicamente irrealizzabile, tra qualche anno potrebbe diventare realtà. Vale per l'Iran, isolato e sotto sanzioni statunitensi. Vale per Mosca e le tensioni con Washington. Vale per Bruxelles, che inizialmente favorisce gasdotti concorrenti, e poi garantisce a TAP il sostegno politico necessario, spianando la strada ai finanziamenti. La Banca europea per gli investimenti (BEI) mette a disposizione 700 milioni di euro, quella per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) un prestito di un miliardo. Il progetto nato in un birrificio di Baar diventa, nelle parole del vicepresidente della BEI Andrew McDowell, "la più grande infrastruttura energetica attualmente in costruzione in Europa". Un gasdotto dal quale, di questo Joachim Conrad è sicuro ancora oggi, passerà anche "qualche molecola di gas russo".
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Le proteste in Italia

Mobilitazioni, battaglie giudiziarie e scontri politici: è una lotta a tutto campo quella che TAP si è trovata a fronteggiare in Italia. Nonostante gli appena otto chilometri di gasdotto che interessano il territorio italiano (a differenza dei 550 della Grecia e dei 215 dell’Albania), la società di Baar ha trovato l’opposizione più dura proprio nella penisola. E più esattamente a Melendugno, un piccolo comune a sud di Lecce che vive di turismo e produzione di olio di oliva, scelto come punto d’approdo del gasdotto.

Una parte della comunità locale, che fin dal 2012 si è organizzata attorno al comitato No TAP, critica l’impatto dell’opera sul territorio, a partire dalla rimozione di circa 2'000 ulivi (in parte già espiantati e stoccati in attesa di trovare una nuova collocazione), gli scavi in mare e la costruzione di un microtunnel sotto la spiaggia di San Foca. A preoccupare la popolazione è anche il terminale di ricezione del gas che dovrà essere costruito in aperta campagna, e che secondo gli oppositori, immetterà sostanze nocive nell’aria. TAP replica che si tratterebbe di "emissioni occasionali" ridotte, e comunque al di sotto dei limiti di legge.
 
Le proteste, che in alcuni casi sono sfociate in scontri violenti tra la polizia e i manifestanti, sono riuscite solo a rallentare i lavori, ma non a bloccarli. Nel 2018, TAP ha incassato il sostegno del Governo italiano a guida gialloverde. “Interrompere la realizzazione dell’opera comporterebbe costi insostenibili”, ha dichiarato il premier Giuseppe Conte in ottobre, con una clamorosa marcia indietro rispetto a quanto promesso dal Movimento 5 stelle in campagna elettorale e dal grillino Alessandro Di Battista, che in un incontro pubblico aveva affermato: “Con noi al Governo quest’opera la blocchiamo in due settimane”.


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In Albania

Alberi tagliati e inceneriti nelle stufe. Una cappa di fumo che ogni inverno ricopre la città. Parlando di TAP, il sindaco di Coriza Satiraq Filo vuole soprattutto vedere una possibilità: "Abbiamo un grosso problema perché la fonte principale di riscaldamento è la legna, con problemi per l'ambiente". Per una delle poche regioni fredde del paese, il sindaco ha chiesto a TAP e al governo albanese di costruire un punto d'uscita sul gasdotto, in modo da potere, in futuro, eventualmente usare il gas per il riscaldamento di Coriza.

 L'idea è ben lontana dall'essere realizzata e mancano le infrastrutture, ma riassume le speranze di Tirana: sfruttare i lavori per rilanciare l'economia, diventare attiva nel mercato energetico e avere accesso a una risorsa sinora assente.

In Albania, a differenza di quanto accaduto in Italia e in Grecia, non sono state organizzate manifestazioni contro i lavori: "Penso che la popolazione abbia accettato il progetto, sanno che è strategico non solo per la nostra regione, ma per tutto il paese", sostiene Satiraq Filo. Un rapporto del 2017 dell'organizzazione Bankwatch, denuncia però proteste da parte degli agricoltori per gli indennizzi troppo bassi e descrive un clima di rassegnazione e impotenza legato agli espropri dei terreni.
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In Grecia

Per trovare TAP a Kavala bisogna allontanarsi dalle case di vacanza affacciate sul mare e dirigersi verso l’interno, nelle piccole strade sterrate della pianura di Filippi. In mezzo ai campi coltivati, si incontra una trincea scavata nella terra, una specie di cicatrice sul terreno protetta da una recinzione rossa, che prosegue a perdita d’occhio in entrambe le direzioni. A sorvegliare costantemente l’immenso cantiere, ci sono donne e uomini del posto, reclutati dalle agenzie di sicurezza.

In questa zona della Grecia, situata tra la Macedonia e la Tracia, i tubi devono ancora essere interrati. A differenza delle altre aree del paese, dove buona parte dei 550 chilometri di gasdotto è stata completata, i lavori a Kavala sono in ritardo. A ostacolarli sono state anche le proteste di alcuni contadini, tra cui Themis Kalpakides, presidente dell’associazione locale degli agricoltori, che racconta di aver visto le coltivazioni distrutte dai macchinari di TAP nel campo in cui stava lavorando. “Non ho avuto alcun preavviso e nessuno mi ha mostrato le autorizzazioni che legalizzassero quello che stavano facendo”, afferma.

Dal canto suo, TAP afferma invece di aver "informato le persone coinvolte" attraverso delle "notifiche", e di aver fatto delle comunicazioni pubbliche in aggiunta. L'azienda sostiene anche di aver risarcito "il 100% dei proprietari e degli utilizzatori dei terreni", che in tutta la Grecia sono circa 13'000.
   
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La storia continua

EGL e TAP ottengono subito il sostegno di Berna, ma i piani di importare gas dall'Iran si scontrano con le sanzioni di Washington, con la decisione degli Stati Uniti di isolare Teheran. Nel 2007 il governo di George W Bush parla di "accordo deleterio" e mette sotto forte pressione EGL e lo stesso Consiglio Federale. Il braccio di ferro dura a lungo e prende pieghe inaspettate, come ricostruito dalla RSI attraverso conversazioni con molteplici fonti.

TAP cambia alleanze, strategie e assetti proprietari: per ottenere il sostegno dell'Unione Europea, per imporsi sui progetti concorrenti, come Nabucco, per riuscire a importare gas dall'Azerbaijan. La decisione definitiva del consorzio Shah Deniz – ovvero del gruppo di imprese che controlla i giacimenti sul mar Caspio da cui verrà estratto il gas – arriva nel 2013, quando la svizzera Axpo (ex EGL) possiede ancora il 42,5% della Trans Adriatic Pipeline, una quota che presto scenderà al 5%. Fino ad allora l'impegno di Berna in favore del gasdotto è costante.







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La politica svizzera

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La linea temporale

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Nel 2005, Micheline Calmy-Rey, che era alla guida del Dipartimento federale degli affari esteri, voleva trovare un modo per rilanciare il dialogo tra l’Iran e gli Stati Uniti sul dossier nucleare, facendo leva sui buoni uffici della Svizzera, potenza protettrice di Washington a Teheran. Il nuovo presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad aveva infatti rilanciato il programma di arricchimento dell’uranio, e gli Stati Uniti avevano risposto con sanzioni sempre più severe. Il Governo americano dell’allora presidente George W Bush aveva scelto la linea dura con Teheran, secondo la massima “ogni negoziato è già una concessione”, come ricorda un diplomatico elvetico. Ma Berna vuole tentare comunque di convincere il Governo iraniano, e il gasdotto TAP, ideato da un’azienda svizzera, rappresenta un’occasione perfetta. Il progetto, definito strategico dal punto di vista energetico, diventa così uno strumento di politica estera, un grimaldello per aprire la porta alle trattative sul nucleare.

La diplomazia elvetica si mette al lavoro, sia a Teheran, sia a Berna, mentre i funzionari dell’Ufficio federale dell’energia seguono gli aspetti tecnici relativi al contratto di fornitura di gas tra EGL e la compagnia statale NIGEC. L’intesa di massima per la fornitura di 5,5 miliardi di metri cubi di gas all'anno viene raggiunta alla fine del 2006.
La notizia, però, preoccupa gli Stati Uniti, che chiedono spiegazioni a Berna e non nascondono la propria irritazione. Il 18 luglio del 2007, rappresentanti dell’ambasciata americana incontrano alti funzionari della Confederazione. Pochi mesi dopo, l’ambasciatore svizzero a Washington Urs Ziswiler viene convocato dall’assistente Segretario di Stato Daniel Sullivan, e la stessa Micheline Calmy-Rey difende l’accordo davanti a diplomatici statunitensi, come rivelato da documenti pubblicati da Wikileaks.
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L'irritazione degli Stati Uniti

L'assistente del segretario di Stato americano, Daniel Sullivan, nel settembre 2007 ha incontrato l'ambasciatore svizzero Urs Ziswiler per “sottolineare le preoccupazioni (degli Stati Uniti, ndr) sull’accordo di EGL con l’Iran per il gas/gasdotto, in particolare per il suo impatto negativo sugli sforzi di fare pressione sull’Iran perché si adegui alla Risoluzione di sicurezza dell’ONU sulle attività nucleari”. L’ambasciatore svizzero “ha difeso l’accordo, sostenendo che non va contro la risoluzione sulle sanzioni, e che è necessario per questioni di sicurezza energetica”.

Calmy-Rey sotto pressione

In un documento segreto dell’11 settembre 2007 si legge che la diplomatica statunitense Leigh Carter il 7 settembre ha incontrato Micheline Calmy-Rey per parlare delle preoccupazioni degli Stati Uniti sull’accordo EGL-Iran. L’allora presidente della Confederazione ha difeso l’intesa, affermando che “EGL è un’azienda privata” ma aggiungendo anche che avrebbe preso nota del disappunto del Governo americano. Calmy-Rey è apparsa “cordiale ma concisa ed evasiva”, annota la diplomatica americana.

Il rapporto del Congresso americano

Il 12 dicembre 2008, un rapporto segreto del Congresso americano cita l'accordo tra la svizzera EGL e l’Iran per una fornitura di gas della durata di 25 anni, da trasportare attraverso una “Trans Adriatic Pipeline”. Gli Stati Uniti, si legge nel rapporto, “hanno criticato l’accordo sostenendo che manda un ‘messaggio sbagliato’ all’Iran. Tuttavia, […] l’accordo sembra riguardare solo la fornitura di gas e non l’esplorazione, quindi non violerebbe le sanzioni”

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Nonostante l'opposizione degli Stati Uniti, la Svizzera, inizialmente, mantiene le proprie posizioni: si tratta di un progetto strategico per la sicurezza energetica della Confederazione e il contratto per la fornitura di gas non contravviene alle sanzioni, perché non costituisce un investimento diretto nelle infrastrutture energetiche iraniane, come ricorda Pascal Previdoli, direttore supplente e capo della divisione economia energetica dell’Ufficio federale dell’energia, che ha seguito tutta l’evoluzione del progetto.

Intanto, le trattative con le autorità iraniane si fanno più concitate: Teheran insiste sulla presenza di un alto esponente del Governo elvetico alla firma del contratto tra EGL e NIGEC. In caso contrario, ricorda un funzionario del Dipartimento federale degli affari esteri, l’accordo potrebbe saltare. Micheline Calmy-Rey accetta di andare a Teheran, anche se la scelta è controversa e dibattuta tra i suoi stessi collaboratori, alcuni dei quali preferirebbero lasciare il tutto in mano al Dipartimento federale dell’energia (DATEC) per evitare strumentalizzazioni. Inizialmente il programma prevede un incontro con il suo omologo, il ministro degli esteri iraniano Manoucher Mottaki, e la presenza di entrambi alla firma del contratto.

Il protocollo, però, è in mano alle autorità iraniane, e il 17 marzo del 2008 Micheline Calmy Rey incontra anche il presidente Mahmoud Ahmadinejad. La foto di quel giorno, con l’allora capa del DFAE che indossa il velo, fa il giro del mondo e suscita forti polemiche. Ancora oggi la missione a Teheran viene considerata un successo da alcuni ex collaboratori, che sottolineano come la visita abbia portato, pochi mesi dopo, a colloqui sul nucleare a Ginevra. Ma c’è anche chi ricorda che i negoziati sono poi crollati e che nel 2010, la Svizzera ha fatto una completa inversione di rotta: l’accordo fra EGL-NIGEC viene congelato, e, in seguito, definitivamente sepolto.


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L’inaugurazione di TAP è prevista per la fine del 2020, con otto anni di ritardo rispetto a quanto auspicato nel 2008, quando la società si poneva l’obiettivo di trasportare il primo gas entro il 2012. A oltre 16 anni dai primi schizzi sulle tovagliette di un birrificio di Baar per mano dei suoi ideatori, il “gasdotto svizzero” è quasi concluso. Anni di riassetti societari, pressioni diplomatiche e nuovi equilibri internazionali, che, però, di recente hanno anche visto un cambiamento radicale nelle politiche energetiche. Se agli inizi degli anni 2000 il gas naturale era ancora visto come un’energia fossile pulita, oggi la lotta contro il cambiamento climatico rimescola le carte: il gas non è più visto come una soluzione di lungo termine, bensì come una risorsa destinata ad essere abbandonata e questo nonostante diversi gasdotti siano ancora in costruzione.

La Banca europea per gli investimenti (BEI), che ha sostenuto TAP con 700 milioni di euro, nel novembre 2019 ha dichiarato che interromperà i finanziamenti legati a combustibili
fossili entro la fine del 2021. Intanto, l’accordo sul clima di Parigi del 2015 non solo ridimensiona l’importanza dell'infrastruttura, ma impegna l’Europa e la Svizzera a guardare avanti. Ne è convinto anche il
direttore supplente dell’Ufficio federale dell’energia Pascal Previdoli: “Parto dal presupposto che in tutta Europa l'importanza di combustibili fossili diminuirà e che quindi - se si fa sul serio con gli accordi di Parigi - dovranno diminuire anche le quantità”. Questo significa che, in futuro, per rispettare l’impegno di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, un’opera come TAP (il cui costo complessivo si aggira attorno ai 45 miliardi di euro) potrebbe rivelarsi ormai obsoleta.
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capitolo 2 Il progetto

La mappa

capitolo 4 L'ideatore di TAP, Joachim Conrad, racconta come è nato il progetto

L'ideatore del progetto

capitolo 5 Il ruolo della Russia

Molecole di gas russo

Il ruolo della Russia

capitolo 7 Le proteste in Italia

Il gas infiamma le proteste

capitolo 10 La storia continua

La storia continua

capitolo 11 La politica svizzera

capitolo 12 La linea temporale

Dal 2007 al 2012

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